domenica 21 settembre 2014

U' rricchjtadd / Le orecchiette

Chi riesce a leggere anche la parte in materano vince una fornitura di orecchiette per un anno

Iòsc v'agghj'a 'mbarè com s foscn a Mathar u' rricchjtadd. Jè 'na kaus ca m sò 'nzegnet 'n famugghj i ca l'stokj a 'mbarè a fugghjm.
Sit a pigghiè: la semml, u'ssel i l'ocq.
J' ca non zo bbun a ffè la fnden sop la tevl (i ka nan m'azzekk), mett tutt kaus jind a nu piott jraunn.
Da n'ata vann, pigghiet 'na spas i mttit la semml p'mett u' ricchjtadd stnnut, ca non s'sontj a appattdè.

Oggi vi insegnerò come si fanno a Matera le orecchiette. E' qualcosa che ho imparato in famiglia e che sto insegnando a mia figlia.
Ci vogliono: semola di grano duro, sale e acqua.
Dato che non trovo comodo fare la fontana sul tavolo, uso mettere insieme gli ingredienti in una ciotola grande.
A parte, preparate un vassoio e metteteci della farina, servirà per mettere le orecchiette ben stese e non farle attaccare le une alle altre

Mttit jind u' piott la semml i u'ssel. La semml, nan la sciat mttenn tutta quond, ca v'serv angaur.
Mttit l'ocq na picc a la vot, ca ci jet assè nan la putit lvè. Aggret i fascit na pall.
Assit tutt kaus d'u piott i trmbet la post sop alla tevl. C' la kriatir vol assaggè n'zc d post fascitla fe. S'ho dvert.

Mettete nella ciotola la semola e il sale. Lasciate sempre da parte un po' di semola, che vi servirà ancora.
Versate poco alla volta l'acqua, stando attenti a non esagerare. Mescolate e formate una palla.
Tirate fuori tutto dalla ciotola e "trombate" (ammassate) per bene sul tavolo. Se la tremendazza vuole assaggiare un po' di pasta cruda lasciatela fare, è lì per divertirsi.

Fascit c'lla post na salsuzz pcnninn. Tagghiatl c'u krtidd i mttit tutt l stuzzaridd ca sit tagghiat ind u' piott k 'lla semml. Muvit n'zc u piott i pigghiet arret l stuzzaridd. Semml n'sit a pgghiè picca picc.
Fascit n'cavatidd c'u krtidd, u'sit a passè da la vonn tonn, ca nan tagghj i aggretl sop a un dsct. Sit fott 'na ricchjtadd.

Formate con la massa dei salamini sottili, tagliateli a pezzettini e ributtateli nella ciotola insieme a della semola. Agitate la ciotola e dopo rimettete i pezzettini sul tavolo, prendendo pochissima farina.
Con il coltello ricavate un cavatello, strisciandolo dal lato arrotondato, non tagliente e poi rigiratelo su un dito. Avrete ottenuto un'orecchietta.

C' la kriatur vol fe com l'piasc a jedd, lassatl fè. La post o jess ankaur kkiu bbun. I quonn s'è nkrscit, ka nan l'azzekk kkiù i se n vol sci a scquè, fatla sci a scquè. Kess kaus sond a jess nu piasciair, non s' sont a ffè a forz.

Se la tremendazza preferisce fare a modo suo, lasciatela fare. La pasta sarà ancora più buona. E quando si sarà stancata, non avrà più voglia di continuare e vorrà andare a giocare, lasciatela fare. Deve essere un piacere, non una forzatura.

Mttit tutt u'rricchjtadd jind a la spas k'la semml.
Fascit 'ngallesc l'ocq p'lla post i quonn ste bell 'ngallsciut, mttit u'rricchjtadd da indr. Sondj a ste picc picc, quonn l vet ca vonn sus sondj fott.
Tradiziunel, u'rricchjtadd vonn co l' ccim d rep. Kessa vot sim mis nu sigh di pmmdor. N'zc d fromng i s mettn a la tevl.
Bon appetit.
Disc grozj a la migghier p' l' fot. Ca ci jer pi mme stavat frisck!

Mettete nel vassoio tutte le orecchiette con la semola
Fate bollire l'acqua per la pasta. Quando bolle, calate le orecchiette. Devono starci pochissimo, giusto il tempo di venire a galla.
Tradizionalmente, le orecchiette vengono condite con le cime di rapa. Per questa volta abbiamo scelto invece un sugo di pomodoro. Un po' di formaggio e, a tavola.
Buon appetito.
Ringrazio la mogliettina per le foto. Fosse stato per me, stavate freschi!

venerdì 19 settembre 2014

Flessibilità e precariato

non è che questo blog sta diventando un po' troppo serio?

Se ne fa sempre un gran parlare. Non solo in questi giorni. Articolo 18, tutele dei lavoratori, lotta alla disoccupazione... tanti paroloni.

Sempre una lotta tra due fazioni. C'è chi sostiene che il mercato del lavoro italiano è troppo rigido, che il lavoratore dipendente è troppo tutelato e per questo le aziende non vogliono assumerlo e chi invece pensa che le tutele siano troppo scarse e andrebbero rafforzate per combattere il precariato.

C'è un paese spaccato in due: chi ha il posto fisso, quasi sempre da tanto tempo, che gode di diritti sconosciuti a chi ha un contratto precario e zero tutele.

E ricorrono sempre queste due parole: precariato e flessibilità. Vengono usate per presentare la stessa situazione in un caso con un'accezione negativa, da chi vuole combatterla, nell'altro con significato positivo da chi vuole mantenerla e rafforzarla.
Ci ho pensato tante volte e per tanto tempo. Non sono due facce della stessa medaglia. E forse è proprio questo l'oggetto del contendere. Ho cercato di dare due significati diversi a queste parole e ne ho dipinto due situazioni molto distinte. Mi fa piacere condividerle qui con voi.

Il precariato e la flessibilità hanno, secondo me, solo un aspetto: la possibilità, per il lavoratore, di essere licenziato facilmente. E per me l'attinenza finisce qui. Gli aspetti differenti invece sarebbero:

- La facilità di trovare e ritrovare lavoro più volte nella vita. .

In un mercato del lavoro flessibile (ideale) la disoccupazione è bassa, non solo, ma non ci sono grosse discriminazioni, si può cominciare una nuova attività a qualsiasi età, chi ti assume non chiede che tu abbia 20 anni di età e 40 di esperienza. Non sono amicizie e raccomandazioni a farti lavorare. Sono le competenze e i meriti che permettono di ricollocarsi.

Dove c'è precariato la disoccupazione è alta e ricollocarsi per chi perde un lavoro è impossibile, verrà sempre dopo chi è più giovane (o più raccomandato) di lui. O mantieni lo stesso lavoro tutta la vita o sei fottuto.

- Le retribuzioni.

Chi oggi ha un contratto di lavoro precario è anche sottopagato oltre a non avere certezze. Hanno fatto male ad ammazzare Biagi, dovevano uccidere la sua legge, che sopravvive ancora.

La flessibilità prevederebbe invece che la mancanza di certezze venga retribuita con uno stipendio notevolmente più alto di quello che prende chi ha un posto fisso. Una retribuzione che dovrebbe coprire anche i periodi morti, senza lavoro, di passaggio tra un impiego e un altro, in modo che, mentre si cerca un nuovo lavoro, si hanno risparmi con cui affrontare il periodo.

- La meritocrazia

In un mercato del lavoro flessibile, se perdi un lavoro può essere per demerito, o anche perché le cose per l'azienda in cui lavori non vanno bene, ma non perché si riesce a trovare qualcuno più schiavo di te che può sostituirti per uno stipendio minore, magari anche a scapito della qualità. Se sono le tue competenze e il tuo impegno a permetterti di andare avanti, non hai paura di perdere il lavoro, perché sai che se vali potrai trovarne un altro, e se non vali, devi darti un'occasione per migliorare.

Io finora forse le ho vissute tutte. Flessibilità, precariato, posto fisso. Passando da uno all'altro, non sempre migliorando. La flessibilità l'ho amata e ne ho goduto quando è stato possibile, e non escludo di cercarla di nuovo. Quando ho sentito dire "Il posto fisso, che monotonia...", sapevo che quelle parole erano dette a sproposito, ma mi ci sono riconosciuto.

Chi vuole intervenire? Cosa ne pensate? Com'è il mercato del lavoro dove vivete? Flessibile o precario?


domenica 14 settembre 2014

Un giorno di ordinaria follia

Sveglia alle 5.30
6.15. Si parte. Moglie e figlia dormono beate. Buon momento per salutare la figlia con tanti baci senza che rompa le scatole con i suoi "basta baci papà". La mia mogliettina si sveglia per un attimo per augurarmi buon viaggio. "Cuidate, me haces saber".
Lucca, i 5 tornanti del Quiesa, Massarosa, Viareggio.
Parcheggio davanti all'ufficio. Ma non vado a lavorare. E' che è proprio il posto migliore per parcheggiare vicino alla stazione.
E lì vicino c'è un bar. Dove C. e A. mi hanno viziato e coccolato con i loro caffè cappuccini per 2 anni e mezzo. Alle 7 è molto presto, ma la porta è già aperta. Entro sfoderando il mio "Donna C.!", imitando il collega siciliano che la chiamava così appena entrato.
E lei è lì, dolce come sempre. Mi chiede come stanno i colleghi a Firenze, li ha conosciuti tutti, ci ha viziati tutti.
Si fa colazione insieme, è un bel rito prima di ogni esame.

E poi si parte di nuovo.
Stazione di Viareggio. Quella lì, quella tristemente famosa. Il posto dove qualche anno fa sono bruciate, in una sola notte 32 vite. La tragedia si sente nell'aria in quella stazione. Che effetto fa passarci tutti i giorni per due anni e mezzo?
Binario 3, intercity per Genova. La buona riuscita dell'esame dipende anche dalla presenza sul treno di tavolini e prese, dalla possibilità di sfruttare anche questo tempo per studiare.

Ho il posto prenotato, ma c'è sempre qualcun altro. Ne prendo un altro. Una signora mi chiede se le dà fastidio la sua borsa sul sedile di fronte al mio, cerca di attaccar bottone dicendo che poi viene sempre qualcuno a scocciare perché vuole per forza il suo posto.
E già, penso, uno prenota un posto, magari un po' di tempo prima per sceglierlo, arrivi tu e ti piazzi dove ti pare e sono gli altri a dare fastidio? Non mi piacciono queste persone, evito di risponderle.
Poco dopo sale una ragazza piena di bagagli, cerca il suo posto e questa in malo modo le indica che è più avanti. Le dico di appoggiare pure lo zaino lì mentre lo cerca. La suddetta signora si infastidisce chissà perché e cerca di nuovo di lamentarsi di qualcosa. Le sfodero un "ma piantala!" e la metto a tacere. E' un bel risultato. Non sapevo farlo prima, ho imparato a non stare zitto e a rispondere a tono quel che penso.

Fuori dal finestrino il mare, le cinque terre. Stupendo, anche in una giornata grigia come questa. Stupendo anche se ci sono millemila gallerie che scassano i maroni e non c'è linea per cellulare e internet.

Genova, si cambia.
Rapido e puntuale, senza nemmeno avere il tempo di pensare alla bellezza di questa città, senza avere l'occasione di visitarla. Il treno per Torino è già arrivato.
Altre millemila gallerie, la squallida pianura padana e poi la stupenda Torino.

Torino Porta Nuova.
Telefonata alla moglie. Sono arrivato, viaggio tranquillo, cosa combina la tremendazza?
E la figlia "papà, perché vai a lavorare?". Figlia mia, lo sapessi almeno io...

La zona attorno alla stazione è degradatissima, le puttane ti adescano in pieno giorno sotto i portici, le facce che vedi non sono rassicuranti e bisogna stare attenti al portafogli. Non rende giustizia a una città così bella.
Torino ricca di Storia. Quella Storia con la S maiuscola. La prima capitale d'Italia, la città dei re, la città delle più grandi invenzioni italiane. A quanti personaggi illustri avrà tagliato i capelli mio nonno fino agli anni 30?
Mezz'ora a piedi. Quando non fa freddo e c'è il tempo, è piacevole fare questo tratto. Attraversare i viali e i controviali. I controviali, per fortuna, ce li ha solo Torino, alla fine si sono rivelati una boiata pazzesca e il traffico è peggiore.









Politecnico di Torino. Anzi, Po-li-te-cni-co-di-To-ri-no. Sì, perché di questa istituzione sono orgoglioso davvero di fare parte. Mi piace, anche se ci ho dovuto veramente buttare il sangue finora per passare gli esami che ho fatto, anche se ha tutti i suoi difetti come università resta un'istituzione di alto livello. 

Immagine presa dal web
Politecnico di Torino - Logo.png

Questo logo me lo porterei anche stampato in fronte. Perché, alla faccia di chi dice che studiare e lavorare è impossibile, cari signori, io vengo a dare gli esami al Politecnico di Torino, dove non ti regalano nulla e quando passi un esame te ne senti orgoglioso.

Per l'esame c'è tempo. Prima si fa un salto qui. 


Mensa universitaria. Io non odio le mense. Anzi, per me sono già un lusso, rispetto al dovermi sempre portare dietro da mangiare (freddo). E questa è stata la mia prima mensa. Mi piace, poi mi piace vedere sempre lì le facce sorridenti delle signore che ci lavorano, le stesse da 5 anni.

E poi vado al bar a gustarmi una delle meraviglie del mondo moderno. Il marocchino. Non c'è storia, come lo fanno a Torino non lo fanno da nessuna parte, provare per credere.


E' quasi ora, in che aula è l'esame? Ah, già, direttamente nell'ufficio della prof.




Ormai siamo quattro gatti. Dopo che quella troia della Gelmini ha deciso di chiudere i corsi a distanza, nessuno si è più potuto iscrivere, ho fatto appena in tempo. Ma bisogna finire entro un anno a partire da adesso, altrimenti non c'è scampo nemmeno per noi.

In quattro stavolta. Ormai siamo sempre noi, ogni volta ci trovi qualcuno che conosci già, si scambiano consigli per i prossimi.
- a me manca programmazione in ambienti distribuiti
- te lo mando io il materiale, l'ho fatto a maggio. E Dispositivi come l'hai preparato?
- lascia stare il videocorso, prendi il libro, conviene, ce l'hanno qui al CLUT.

L'esame, come sempre, scritto, come sempre al cardiopalma. Pochissimo tempo, non c'è il tempo di pensare, bisogna già essere sicuri appena si vede un esercizio. La penna deve fumare, niente brutte e belle copie. Me la cavo con la penna cancellabile. 
E poi sai che toccheranno giorni di attese interminabili, aspettando la mail che ti dice come è andata, consultando ogni momento il portale del poli per vedere se ci sono già i risultati.

E poi si torna indietro.
Porta Nuova, Genova, Viareggio. E i 5 tornanti del Quiesa per arrivare a Lucca.

Ogni esame è un viaggio, 35 in tutto. Ogni volta è un pezzo d'Italia che ti passa di fianco.